L’ATTACCO DI PANICO, NON CHIEDE IL PERMESSO PRIMA DI ENTRARE

Ed è proprio così, senza chiedere il permesso, ma soprattutto senza bussare, che l’attacco di panico fa capolinea; ti immobilizza il corpo, ti annebbia la mente e ti fa battere forte forte il cuore. Non mi era mai successo prima, non sono mai stata una persona tranquilla, sia come carattere che come mente; le mie piccole paranoie, quei momenti dove ti manca un po’ il respiro, sono uscite ed escono tutt’ora qua e là in alcuni momenti, ma l’avvento del vero panico non l’avevo mai vissuto prima. Arriva tutto all’improvviso, e non si fa nessun problema ad invadere il corpo dalla testa ai piedi, i muscoli si immobilizzano e in men che non si dica la leggerezza delle nuvole che tanto amo, del mio spirito ballerino a cui piace volare di fiore in fiore è svanita, mutando il mio corpo in un grande cubo di marmo, tutto spigoloso contratto dal dolore dei muscoli tesi, che non ne vogliono sapere di stendersi neanche un minuto. Tutto succede così veloce, il formicolio ti sale dalle punta delle dite e piano piano arriva alle spalle, al cervello. Sale dalle punte dei piedi, i polpacci e le cosce. Il petto sembra pronto a scoppiare. Il tempo vola, ma allo stesso tempo sembra non passare mai.. Il cervello si stacca, è lontano, non collega ne con il cuore ne con la mente, ma soprattutto non connette con i movimenti. Ero paralizzata, i più brutti dei pensieri mi invadevano lo sguardo e la mente ed il mio piccolo cuoricino, che spesso batte per le emozioni, per le novità, per le esperienze batteva per la paura. Non sapevo cosa mi stava succedendo, sapevo che poteva essere panico, ma non nego che ho avuto paura di aver incontrato la morte, così sul ciglio di un autostrada, con accanto i miei migliori amici che mi facevano le coccole e mi dicevano “andrà tutto bene”. Il cuore pulsava cosi forte l’ossigeno che era difficile stargli dietro, “uno, due, tre… respira piano. Inspira ed espira”. La mia amica dagli occhi di gatto cercava di farmi seguire le sue parole. “Ho paura”, la mia voce urlava. E di paura ne ho avuta parecchia. Quasi mi sembrava di sentir parlare un’altra Asia, “uno, due, tre… stai tranquilla”, mi ripetevo le parole che avevo appena sentito. Intanto l’altro amico ricciolino era vigile, mi teneva le gambe in alto, erano con me e non mi avrebbero mai lasciato andare. Ma quello a me non bastava, cercavo di respirare, ma l’attacco di panico non voleva saperne di lasciarmi in pace, nella mia stanza, stava li e continuava ad aprire la porta, a sbatterla, a saltare sul mio letto e mettere in disordine nei mie cassetti. Un vero terremoto, io che cerco di tenere la mia stanza in ordine, certo non sempre ci riesco, ma spesso lascio i vestiti sulla sedia o in angolo per terra. Il panico stava facendo proprio un bel casino che poi avrei dovuto mettere in ordine io, da sola. Ma la verità è che a lui non importa. L’ambulanza è arrivata, mi sembrava Aladin sul suo tappeto magico, o l’angelo Gabriele, di cui tanto ho sentito parlare, ma che in realtà non posso dire di aver mai visto. Due dottori in arancione sono scesi, “ho tantissima paura, non so cos’ho” piangevo, e non riuscivo a fermarmi. É pazzesco come a volte non riusciamo ad avere il controllo sul nostro corpo, la nostra stanza, il nostro scrigno. Non sapevo come gestirlo, soffrivo fisicamente e non riuscivo a capirne il motivo. I miei due angeli mi hanno messo sul lettino e portato sul loro tappeto magico, mi hanno attaccato affari, affarini, fili e mi hanno guardato negli occhi. “Respira, solo tu lo puoi fermare”. Ma io non ne volevo sapere, piangevo e dicevo che non ero in grado. “Guardami, incrocia le mani e chiudi gli occhi, respira, la vedi la porta infondo al corridoio”, io la cercavo come una disperata la porta nel corridoio. “Bene, aprila, cosa c’è dentro? c’è una sedia? un tavolo? Entra dentro e lascia tutti i tuoi pensieri negativi”. Li ho lasciati li, uno ad uno, chi seduto chi in piedi. “Brava, adesso chiudi la porta ed esci, la vedi la luce infondo al corridoio?”. “No, non la vedo”, gli rispondo. “Eh, accendila sta luce”. Ed in quel momento, un sorriso. Ero io, un po’ rimbambita, un po’ nauseata, un po’ scioccata, ma ero io, sorridente, sotto una coperta ermetica colore oro. D’altronde a me non piace passare inosservata. E cosi ho incontrato l’attacco di panico, che posso dire, scusate le parole, è proprio un bello stronzo, ma la stanza è la nostra, bisogna saperla sistemare nel giusto modo, con le giuste precauzioni, perché cè chi ha il parquet e chi la moquette, ma di sicuro bisogna ricordarsi di mettere sulla porta il segno “non disturbare”.

written by ASIA

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